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Eccoci, ancora una volta, ai nastri di partenza di una nuova stagione sportiva. E, ancora una volta, per i tifosi della compagine dello Stretto, l’estate è stata tutt’altro che serena: un lungo susseguirsi di indiscrezioni, colpi di scena, speranze, delusioni e interrogativi che hanno accompagnato ogni giornata di questa interminabile attesa.

I lettori più affezionati ricorderanno che ci eravamo lasciati con una flebile, ma non del tutto sopita, speranza di vedere la Reggina promossa d’ufficio, alimentata dal ricorso presentato nei confronti del Messina. Una speranza che, tuttavia, è stata infine vanificata dalle decisioni della giustizia sportiva, consegnando alla Reggina il destino di affrontare, per il quarto anno consecutivo, il campionato di Serie D.

Un epilogo che, ancora oggi, appare quasi surreale se rapportato a ciò che accadeva appena sei anni fa, quando la squadra amaranto veleggiava in Serie B, con l’ambizione — e il desiderio — di conquistare una salvezza tranquilla e di costruire, passo dopo passo, un futuro all’altezza della propria storia.

Al termine della passata stagione, dopo il pareggio per 0-0 contro la Nissa nella finale dei playoff, che decretò la vittoria dei siciliani in virtù del miglior piazzamento in classifica (2ª contro 3ª), amarezza e sconforto aleggiavano in maniera quasi tangibile tra i tifosi e gli addetti ai lavori. Sembrava l’ennesimo capitolo di una storia che, negli ultimi anni, aveva regalato più interrogativi che certezze.

Poi, quasi improvvisamente, l’intenzione del patron Ballarino di cedere la società ha restituito un filo di ossigeno ai polmoni ormai quasi svuotati di una tifoseria stanca e disillusa. Da quel momento siamo stati risucchiati nella bagarre per l’acquisizione della società di via delle Industrie, vivendo settimane caratterizzate da voci, ipotesi e possibili scenari.

La tifoseria amaranto si è ritrovata, ancora una volta, divisa: da una parte chi inneggiava a Matt Rizzetta, dall’altra chi invocava a gran voce il nome di Claudio Lotito. Entrambe le ipotesi, tuttavia, avrebbero tuttavia presentato interrogativi tutt’altro che trascurabili, considerando gli impegni già esistenti dei due imprenditori in società di categoria superiore: Rizzetta al Campobasso e Lotito alle prese con la complessa gestione della Lazio.

Dopo un’attesa parsa quasi interminabile, arrivata per certi versi persino fuori tempo massimo per l’allestimento di una nuova struttura societaria e tecnica, la scelta di Ballarino è infine ricaduta su Claudio Lotito. Una decisione accolta con entusiasmo incontenibile da una fetta sostanziosa della tifoseria, soprattutto da quella parte di popolo amaranto che, ormai da quasi tre anni, si era apertamente schierata contro la precedente gestione.

Da qui la presentazione ufficiale allo stadio Oreste Granillo, la definizione del nuovo organigramma societario e, parallelamente, una vera e propria rivoluzione all’interno della rosa della Reggina, con pochissimi elementi riconfermati rispetto alla passata stagione.

Il nodo della multiproprietà e la nuova fiducia

Per l’attuale normativa che disciplina le multiproprietà non è possibile, nel calcio professionistico italiano, detenere contemporaneamente due società tra i professionisti. E allora l’interrogativo sorge quasi spontaneo: cosa accadrà se, e quando, la Reggina riuscirà a conquistare la promozione tra i professionisti?

Al momento non esiste una risposta definitiva. Il quadro resta da delineare e sarà il futuro a chiarire quali saranno le scelte della proprietà. Il popolo amaranto, tuttavia, sembra aver deciso di concedere fiducia, confidando nella capacità dello scaltro presidente di trovare una soluzione adeguata qualora il problema dovesse concretamente presentarsi.

Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più significativo dell’avvento della nuova proprietà: l’entusiasmo.

Un entusiasmo che, negli ultimi tre anni, sembrava essersi progressivamente affievolito, consumato dalle delusioni, dalle promesse disattese e da una permanenza in Serie D che, anno dopo anno, ha assunto i contorni di una prigionia sportiva.

Oggi, invece, l’ambiente appare nuovamente compatto sotto la guida della nuova proprietà. Non mancano, naturalmente, interrogativi e prudenza, ma sembra essere tornata quella sensazione che a Reggio mancava da tempo: la convinzione che qualcosa possa finalmente cambiare.

La speranza, nemmeno troppo celata, è che l’incubo della Serie D possa concludersi proprio quest’anno.

La nuova Reggina di Marchionni

La squadra amaranto, ancora in fase di composizione, ha svolto il ritiro precampionato a Cantalupa, disputando anche alcune amichevoli, prima di fare ritorno al centro sportivo Sant’Agata.

La rosa conta oggi 25 atleti e, accanto ad alcuni giovani interessanti, come Specker e De Mori, presenta elementi di esperienza e personalità quali Alma, Acquadro, Lancini, la riconferma di Porcino e l’ultimo arrivato Jallow.

Per onestà intellettuale, tuttavia, non si può ignorare l’altra faccia della medaglia. L’addio del capitano Nino Barillà, unito a quello di Adejo, Salandria, Edera, Di Grazia e di altri protagonisti della passata stagione, ha fatto storcere il naso a più di un tifoso, soprattutto agli innamorati di quel calcio romantico e nostalgico nel quale i giocatori diventano, con il trascorrere del tempo, qualcosa di più di semplici professionisti: diventano parte della memoria collettiva.

E quando se ne vanno, non è soltanto una maglia a restare vuota.

Alla conferenza di presentazione del nuovo tecnico Marco Marchionni – indimenticabile con quella numero 32 gialloblù che illuminava il prato dell’Ennio Tardini attraverso giocate di elevato tasso tecnico e un estro difficilmente dimenticabile – alla quale ha partecipato anche il direttore sportivo Giancarlo Romairone, è stato ribadito a più riprese come la rosa non sia ancora completa.

È dunque lecito attendersi ulteriori innesti, a partire da una prima punta di spessore, capace di garantire fisicità, presenza in area e soprattutto rendimento, oltre ad altri possibili tasselli destinati a completare un organico profondamente rinnovato.

La questione più delicata, tuttavia, riguarda Sant’Agata e il settore giovanile, elementi di cruciale importanza per lo sviluppo sostenibile della società, soprattutto in una prospettiva di medio e lungo periodo.

Una società ambiziosa non può infatti limitarsi a costruire una prima squadra competitiva: deve necessariamente gettare radici profonde, investire nella formazione, valorizzare il proprio patrimonio umano e creare una struttura capace di produrre futuro.

Anche su questo fronte, tuttavia, la piazza sembra vivere il nuovo corso con una certa serenità. Del resto, come è stato ripetuto a più riprese, “con Lotito, risultato garantito”.

Una frase che, al di là del suo significato più immediato, rappresenta soprattutto l’indice di una fiducia che a Reggio Calabria non si respirava da diversi anni.

Ed è proprio qui che dovrà emergere la bravura della nuova proprietà: non soltanto nel vincere, ma nel mantenere fede alla parola data a un pubblico che, negli ultimi anni, è stato deluso fin troppe volte.

Perché conquistare la fiducia di una tifoseria è difficile.

Perderla, invece, può bastare una stagione.

In città si respira nuovamente fermento attorno alla compagine dello Stretto. La curiosità nei confronti del nuovo progetto è palpabile e, insieme ad essa, cresce la speranza di poter finalmente riabbracciare il calcio professionistico.

Anche per il calcio italiano, del resto, l’assenza della Reggina dai campionati professionistici comincia a farsi sentire.

Perché una piazza come Reggio Calabria, con la sua storia, il suo pubblico e il suo patrimonio di passione, non può essere considerata una presenza marginale nel panorama calcistico nazionale.

Sono ancora vivi, nella memoria dei tifosi, i ricordi delle magie del sinistro vellutato del nipponico Shunsuke Nakamura, delle piroette di Possanzini, degli scatti di Di Michele e dei gol del tandem Bianchi-Amoruso.

Sono immagini che appartengono al passato, certo, ma che continuano a vivere negli occhi di chi le ha viste e nei racconti di chi, magari, le ha soltanto ascoltate.

Ed è proprio questo il potere del calcio: trasformare il tempo in memoria e la memoria in appartenenza.

Una nuova stagione per la testata

Per i lettori più affezionati confermo che anche per la prossima stagione continuerò a occuparmi degli editoriali e dei commenti post partita, con il consueto piglio britannico.

L’obiettivo, come sempre, sarà quello di provare a trasmettervi non soltanto ciò che accade sul terreno di gioco, ma soprattutto le emozioni che una partita è capace di suscitare: la tensione prima del fischio d’inizio, l’esultanza dopo un gol, la rabbia per un’occasione fallita, il silenzio dopo una sconfitta e quella sensazione indescrivibile che soltanto il calcio riesce a regalare.

Ma attenzione a non perdervi il palinsesto della testata, perché questa nuova stagione porterà con sé importanti novità.

Tutto questo certifica la crescita organica di una giovane testata composta da ragazzi che hanno idee, entusiasmo e, soprattutto, una smisurata voglia di raccontare lo sport.

E adesso, che la storia ricominci

Tornando alla Reggina, la stagione è ormai alle porte.

Le avversarie sono determinate, agguerrite e tutt’altro che disposte a recitare il ruolo di semplici comparse. Sulla carta, l’avversaria da battere sembra essere oggi la Nissa, ma le altre compagini non sono certamente rimaste a guardare e hanno allestito organici di assoluto rispetto.

La Serie D, ancora una volta, non farà sconti.

Ma forse è proprio questo il bello.

Perché una stagione non si vince sulla carta, così come una promozione non si conquista attraverso le dichiarazioni estive. Serviranno sacrificio, continuità, umiltà, coraggio e quella fame che soltanto chi ha conosciuto la caduta può comprendere fino in fondo.

La Reggina riparte da qui.

Riparte da un nuovo progetto, da una nuova proprietà, da una rosa quasi interamente rinnovata e da un allenatore chiamato a restituire un’identità a una squadra che, prima ancora di vincere, dovrà imparare nuovamente a credere in se stessa.

Ma soprattutto riparte da una città.

Una città che per troppo tempo ha dovuto raccontare il proprio amore attraverso i ricordi. Una città che ha visto passare giocatori, allenatori, presidenti, promesse e illusioni. Una città che ha conosciuto la Serie A, la Serie B, le notti di festa e quelle di dolore, le grandi vittorie e le sconfitte capaci di lasciare ferite profonde.

Eppure, nonostante tutto, è ancora lì.

Ancora una volta.

Con una sciarpa al collo, una bandiera pronta a sventolare e quella strana, meravigliosa follia che porta migliaia di persone a credere che, ogni estate, possa essere finalmente quella giusta.

Forse è questo che rende il calcio qualcosa di diverso da un semplice sport.

Il calcio non è soltanto ciò che accade per novanta minuti dentro un rettangolo verde. È ciò che rimane quando l’arbitro fischia la fine. È il ricordo di un padre che accompagna il figlio allo stadio. È una maglia conservata per decenni dentro un cassetto. È una fotografia ingiallita. È un coro imparato da bambini e cantato ancora da adulti. È un nome pronunciato con gli occhi lucidi a distanza di anni.

È appartenenza.

E allora, prima ancora di chiedersi quanti gol segnerà la Reggina, quanti punti conquisterà o quale sarà la posizione in classifica, forse vale la pena fermarsi un istante e ricordare perché siamo ancora qui.

Perché ci sono amori che non hanno bisogno di essere spiegati e che non si misurano attraverso una categoria, una classifica o un trofeo.

Sono amori che resistono.

Come cantavano i Grade 2 in Hanging onto you: “I might fuck it up from time to time But I promise I’m hanging onto you ovvero: Potrei fare un casino di tanto in tanto, ma ti prometto che mi tengo stretto a te”.

Resistono alle retrocessioni, alle delusioni, alle estati interminabili, alle promesse mancate e persino agli anni più bui.

La Reggina, oggi, non ha ancora conquistato nulla.

Ma ha ritrovato qualcosa di altrettanto prezioso: la speranza.

E forse è proprio dalla speranza che devono ricominciare tutte le grandi storie.

Il pallone tornerà a rotolare, le tribune torneranno a riempirsi, qualcuno piangerà di gioia e qualcun altro di rabbia. Ci saranno domeniche magnifiche e altre da dimenticare. Ci saranno applausi, fischi, gol all’ultimo minuto e partite che sembreranno non finire mai.

Ma ci sarà, ancora una volta, la Reggina.

E finché ci sarà qualcuno disposto a soffrire, gioire, cantare e sperare per quei colori, allora nessuna caduta potrà mai essere davvero definitiva.

Perché, in fondo, il calcio non promette felicità.

Promette soltanto un’altra possibilità.

E per chi ama davvero, una possibilità è tutto ciò che serve.

“Dum spiro, spero.”

Finché respiro, spero.

Dottore in Scienze delle Attività Motorie con oltre dieci anni di esperienza nel settore sportivo, affianca al rigore metodologico un costante percorso di aggiornamento professionale e accademico, arricchito da recenti specializzazioni e da un ulteriore percorso universitario in fase di completamento. Cura gli editoriali post-partita con uno stile che unisce analisi tecnica, approfondimento e autentica passione per la Reggina. Il suo approccio editoriale, influenzato dall’essenzialità e dal pragmatismo del giornalismo britannico, riflette una visione poliedrica e multidisciplinare offrendo una firma autorevole, riconoscibile e dal respiro internazionale.