Certe partite vanno oltre il risultato. Lasciano strascichi, aprono interrogativi e, soprattutto, impongono riflessioni che non possono più essere rimandate. Quanto accaduto a Gela rientra perfettamente in questa categoria: non si tratta solo della pessima prestazione offerta dai giocatori, ma dell’ennesimo segnale di un problema ben più profondo.
Forse la verità è che andare ad analizzare ciò che si è sbagliato domenica accusando i giocatori, che si sono rivelati assolutamente non meritevoli di indossare la gloriosa maglia amaranto, sarebbe troppo riduttivo. Con l’ulteriore aggravante di aver gettato tutto alle ortiche proprio quando il destino ci stava, ancora una volta, tendendo una mano (Acireale-Nissa è finita 0-0).
L’analisi, forse, andrebbe fatta ad ampio raggio e bisognerebbe dire invece che dopo 3 anni il tempo per questa società è scaduto. Bisogna rendersene conto, ammettendo quelli che sono stati i limiti di una dirigenza che per 2 stagioni consecutive (dando per buono il primo anno e considerando ormai compromessa l’attuale stagione, con speranze ridotte al lumicino) non è stata in grado di portare la Reggina tra i professionisti. I risultati dicono questo e, nel calcio, sono l’unica cosa che conta veramente al termine di una stagione.
Attenzione: qui nessuno sta mettendo in discussione il fatto che la proprietà Ballarino-Minniti in questi 3 anni non abbia investito in questa squadra. Basti pensare anche solo banalmente ai 125 mila euro per acquistare il marchio dalla curatela fallimentare della Reggina, i lavori per rimettere a nuovo il Sant’Agata (con Soseteg naturalmente), l’investimento sul settore giovanile e ai vari ingaggi che in questi 3 anni la società ha pagato ai vari giocatori passati in riva allo Stretto.
E allora dov’è che ha dimostrato di non essere adeguata la società? Nelle competenze. Tecniche e, ci permettiamo di dire, gestionali. Se sulle prime parlano i risultati, sulle seconde bastano alcuni episodi emblematici: decisioni annunciate e poi ritrattate nel giro di pochi giorni — come la minaccia di mettere fuori rosa i calciatori dopo la debacle con l’Acireale — oppure scelte rimandate colpevolmente, come l’esonero di Trocini, arrivato solo dopo la sconfitta interna con la Vigor Lamezia e non dopo il derby perso a Messina. In queste circostanze la società ha mostrato evidenti limiti.
Vogliamo spendere un paragrafo anche per il direttore dell’area tecnica, Giuseppe Bonanno: in questa stagione ricordiamo un suo intervento soltanto nella conferenza stampa dell’11 novembre 2025 dove dichiarava che gli under della Reggina fossero i migliori della categoria e che le responsabilità sul periodo che si stava vivendo non fossero da addebitare soltanto al suo conto ma alla società in tutte le componenti. Da lì in poi non ricordiamo altre dichiarazioni degne di nota rilasciate alla stampa. Anche qui, ci viene difficile comprendere il motivo per il quale il sig. Bonanno preferisca spesso non prendere posizione, soprattutto alla luce dell’andamento altalenante della squadra.
Arrivati a questo punto qualsiasi tifoso amaranto si starà ponendo una domanda: quale futuro per la Reggina? È chiaro che questa società, forse, è arrivata al massimo di quello che poteva offrire in termini di competenze per amministrare una società di calcio. Il punto è che purtroppo il loro massimo, non è neanche il minimo che una città come Reggio Calabria può ambire in termini sportivi. Siamo però anche consapevoli che, ufficialmente, nessuno si è mai fatto vivo per tentare di rilevare il club o entrare in società e che quindi questa proprietà stia comunque tenendo vivo un fenomeno sociale qual è la Reggina. Non resta che terminare questo campionato con dignità, in attesa di tracciare una linea a giugno cercando di capire se ci saranno le possibilità per un’eventuale cessione societaria che possa portare nuovo entusiasmo o se si andrà ancora avanti con la proprietà Ballarino-Minniti e una tifoseria che, con ogni probabilità, esausta del quarto anno di Serie D potrebbe portare le presenze del Granillo al minimo storico.
Cosa accadrà? Battisti diceva “Lo scopriremo solo vivendo“, il buon Manuele Ilari “Scopriremo di che morte vivremo“. Si spera nella prima opzione…




