Sul percorso travagliato della compagine dello Stretto si staglia il Milazzo: formazione rispettabile, reduce da un campionato dignitoso e stabilmente ancorata alle posizioni di medio-alta classifica. La Reggina, dal canto suo, resta sospesa tra ambizione e attesa, confidando nei risultati provenienti dagli altri campi: a due giornate dal termine, il distacco dalla vetta è ancora di tre lunghezze.
Torrisi non deroga al proprio credo calcistico e conferma il consueto 4-2-3-1: Lagonigro tra i pali; Giuliodori, R. Girasole, D. Girasole e Distratto a comporre la linea difensiva; Laaribi e Fofana in mediana; Ragusa, Mungo e Di Grazia a supporto dell’unica punta Ferraro. Il Milazzo replica con un 3-5-2 ordinato: Quartarone in porta; Sardo, Corso e Dama in difesa; Franchina, Moschella, Giunta, Silvestri e Pipitone a centrocampo; Curiale e Galesio a guidare l’attacco.
La contesa si apre con un avvio intraprendente dei padroni di casa, ma è la Reggina, all’ottavo minuto, a rendersi pericolosa con un colpo di testa di Domenico Girasole che si perde sopra la traversa. Al quarto d’ora risponde il Milazzo: Curiale conclude, Lagonigro respinge e Franchina si avventa sul pallone, trovando però ancora l’opposizione attenta dell’estremo difensore amaranto. Con il passare dei minuti, la formazione calabrese appare in difficoltà di fronte al palleggio avversario.
Al 26’, Di Grazia prova la soluzione su calcio piazzato senza inquadrare lo specchio. È tuttavia il preludio al vantaggio ospite: Laaribi, dal limite, lascia partire una conclusione precisa che vale l’1-0 per gli amaranto. Il Milazzo non si disunisce e continua a costruire gioco; a dieci minuti dall’intervallo, Galesio impatta di testa su cross, ma la sfera termina in corner. Quando il primo tempo sembra avviarsi alla conclusione, un episodio cambia l’inerzia: Fofana trattiene Curiale in area, e il direttore di gara assegna il calcio di rigore. Dal dischetto Giunta è glaciale e ristabilisce la parità. Poco dopo, il primo tempo si chiude sull’1-1.
La ripresa si apre sulla falsariga del finale della prima frazione. Al 56’, Laaribi tenta una conclusione debole, facilmente neutralizzata. Torrisi prova a scuotere i suoi inserendo Guida al posto di Mungo. Tuttavia, la Reggina fatica a ritrovare ritmo e lucidità: un errore di Distratto rischia di costare caro, con Galesio che sfiora il gol con un pallonetto. L’allenatore amaranto decide allora di osare il tutto per tutto, operando un triplo cambio: dentro Desiato, Porcino e Macrì, fuori Giuliodori, Fofana e Distratto.
Il copione, però, sembra immutato: la Reggina appare intorpidita, quasi in attesa di una scintilla che fatica ad arrivare. Ed è proprio una scintilla, improvvisa e preziosa, a cambiare il destino della gara: all’82’, Ferraro serve Guida, che con un elegante pallonetto supera il portiere avversario e firma il vantaggio amaranto. Primo gol stagionale per l’attaccante arrivato a gennaio. Nei sette minuti di recupero, la Reggina difende con determinazione, serrando le fila e resistendo agli assalti finali. Il match si chiude sul risultato di 1-2.
Dagli altri campi, tuttavia, giungono notizie poco confortanti: il Savoia vince e mantiene tre punti di vantaggio, mentre la Nissa pareggia. La Reggina resta dunque a tre lunghezze dalla vetta e a una dal secondo posto.
Resta un retrogusto amaro. Dopo un finale concitato, segnato da nervosismi e qualche scaramuccia, gli amaranto sono costretti a fare i conti con una stagione che lascia più rimpianti che certezze. La promozione diretta, a una sola giornata dal termine, assume ormai i contorni di un miraggio, subordinato a una combinazione di risultati tanto improbabile quanto impietosa. Le residue speranze si aggrappano a vicende extracalcistiche — le inchieste sul calcioscommesse e il deferimento del Messina — che spostano il destino dal campo alle aule, quasi a certificare l’incompletezza di un percorso.
E allora resta la delusione, greve, stratificata, difficile da smaltire. Per il terzo anno consecutivo, la Reggina manca l’appuntamento con la vittoria del campionato, e i playoff appaiono più un esercizio retorico che una reale opportunità, zavorrati da una posizione sfavorevole nella graduatoria dei ripescaggi e da un cammino privo di slanci memorabili. È la storia di una squadra che ha spesso accarezzato l’illusione senza mai afferrarla davvero, smarrendo sul più bello quella ferocia necessaria per compiere il salto decisivo. Il campo, giudice supremo, non concede attenuanti: restituisce esattamente ciò che si è stati in grado di costruire, nulla di più. E così, mentre il sipario cala su un’altra stagione incompiuta, resta soltanto una consapevolezza amara: nel calcio, come nella vita, non sempre vince chi spera di più, ma chi sa trasformare il desiderio in atto concreto.
«Non è la luce che manca, ma gli occhi capaci di sostenerla», scriveva il poeta basco Gabriel Aresti. E forse è proprio qui che si annida il limite più profondo: nello sguardo, prima ancora che nel destino.




