Gela 0-0 Reggina, il commento del match

Gela-Reggina commento
Foto: Valentina Giannettoni

La compagine amaranto torna in campo dopo la pausa imposta dal rinvio della gara contro l’Enna. Reduce da una doppia vittoria negli scontri diretti, la Reggina si trova ora ad affrontare un Gela falcidiato dalle assenze e con una panchina popolata da giovani. I siciliani, già appagati da un campionato complessivamente dignitoso, veleggiano serenamente tra l’ottava e la nona posizione in classifica, senza più nulla da chiedere alla stagione.

Ben diverso, invece, il destino degli amaranto: per loro è un crocevia decisivo, un “tutto per tutto” che impone la vittoria per continuare a inseguire il sogno della promozione diretta.

Torrisi si affida al consueto 4-2-3-1: Lagonigro tra i pali; Giuliodori, R. Girasole, D. Girasole e Distratto a comporre il pacchetto difensivo; Laaribi e Fofana in mediana; Edera, Mungo e Di Grazia sulla trequarti, alle spalle dell’unica punta Ferraro.

Il Gela risponde con un 4-3-3: Colace in porta; Argentati, Sbuttoni, Giuliani e Berto in difesa; Cangemi, Giacomarro e Teijo a centrocampo; Siino, Flores e Tuccio a completare il tridente offensivo.

La contesa prende avvio con qualche minuto di ritardo, ma l’atteggiamento della Reggina è subito chiaro: aggressivo, arrembante. Dopo appena due minuti, Di Grazia prova la conclusione da posizione defilata, ma il pallone si spegne sul fondo. Il Gela tenta di opporsi rallentando il ritmo e spezzando il gioco, contribuendo a innervosire la gara.

Le occasioni per gli amaranto si susseguono, soprattutto su calcio piazzato: ancora Di Grazia, ancora un nulla di fatto. Al quarto d’ora inizia una vera e propria “collezione” di calci d’angolo che accompagnerà tutta la partita, senza però tradursi in concretezza. La Reggina attacca, insiste, ma non trova il bandolo della matassa.

Al 39’, Rosario Girasole tenta la conclusione, ma la sfera termina a lato. Poco dopo, Edera prova a mettersi in proprio, senza fortuna. Dopo due minuti di recupero, si chiude una prima frazione che racconta di un Gela arroccato e di una Reggina sterile, capace di produrre molto ma di concretizzare nulla.

La ripresa si apre senza cambi e con un copione invariato. Al 52’ uno scontro di gioco lascia a terra Lagonigro per alcuni minuti, prima del suo rientro. Il tempo scorre, ma la porta avversaria sembra stregata.

Torrisi decide allora di intervenire: al 62’ dentro Palumbo e Sartore per Di Grazia e Mungo. Ed è proprio Sartore, poco dopo, a rendersi protagonista con una sgroppata sulla fascia e un cross per Ferraro che, tutto solo, calcia alto. Un’occasione che pesa come un macigno.

Al 73’ entra Salandria per Fofana, mentre il copione resta invariato: corner su corner, tentativi reiterati, ma nessuna incisività. Al 76’, su uno dei tanti calci d’angolo, Ferraro e Rosario Girasole si ostacolano a vicenda, mandando il pallone sul fondo: un’immagine emblematica di una squadra priva di lucidità e cattiveria sotto porta.

Nuovo cambio: Ragusa per Laaribi, per una Reggina sempre più sbilanciata in avanti. Ma la porta del Gela resta inviolata.

In un raro capovolgimento di fronte, Lagonigro esce con incertezza dalla propria area, mancando l’intervento: per fortuna degli amaranto, la difesa riesce a rimediare. È il segnale di una fragilità latente.

All’87’, ultimo tentativo disperato: fuori Rosario Girasole, dentro Guida. Anche Edera ci prova nel finale, ma senza esito. Nei minuti conclusivi, la Reggina attacca in maniera confusa, incapace di trovare la via del gol.

Ancora una volta, la stagione amaranto si racconta attraverso una dolorosa incompiutezza: un campionato anonimo, fatto di alti e bassi che sfiorano l’inspiegabile. Nei momenti decisivi, quando occorre affondare il colpo, la squadra si dissolve, priva di quel cinismo — quel “killer instinct” — indispensabile per vincere.

In Serie D, sbagliare l’approccio in troppe partite equivale a compromettere irrimediabilmente il cammino verso la promozione. E così è stato.

Chi scrive si sforza di mantenere uno sguardo lucido, nonostante l’amarezza per l’ennesima stagione vissuta ai margini, lontano dai riflettori che una piazza come Reggio Calabria meriterebbe. All’orizzonte si profilano i playoff, che non garantiscono la promozione ma solo una flebile speranza di ripescaggio.

Una stagione iniziata male e conclusa peggio, ormai al terzo anno tra i dilettanti. Non ci sono più alibi: ogni componente della società è chiamato a un profondo esame di coscienza.

Resta la delusione, palpabile, nei volti di un popolo costretto ancora una volta a inseguire un sogno lontano. Eppure, tra le macerie di questa stagione, sopravvive una memoria ostinata: quella di una Reggina capace, ventisei anni fa, di dare lustro alla città e di incarnare un riscatto sociale per un intero territorio.

Come scriveva Cesare Pavese, «Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi». E gli attimi, a Reggio, hanno ancora il sapore di un sinistro vellutato, quello di Nakamura, di una grinta e di una determinazione infinita, quella di Poli e di una parata impossibile di Emanuele Belardi.

Perché la Reggina non è soltanto una squadra: è un racconto collettivo, un’appartenenza viscerale, un simbolo che attraversa generazioni e geografie.

E allora resta la speranza — ostinata, quasi irrazionale — che questo lungo inverno possa finalmente lasciare spazio a una nuova primavera. Che i bambini sugli spalti tornino a sognare, che la città ritrovi un motivo per esultare, anche solo per novanta minuti. Perché, in fondo, il calcio qui non è mai stato soltanto calcio: è identità, è orgoglio, è casa.

Come un’eco lontana, riecheggiano parole che sembrano cucite addosso a questa attesa: «And we’ll be alright, even if it takes time» — Jane Remover.

E forse è proprio questo il punto: resistere, credere, restare. Anche quando tutto sembra sfuggire. Anche quando il presente delude.

Perché certe storie non finiscono davvero: si fermano, si smarriscono, ma attendono — silenziose — il momento giusto per ricominciare.

Dottore in Scienze delle Attività Motorie con oltre dieci anni di esperienza nel settore sportivo, affianca al rigore metodologico un costante percorso di aggiornamento professionale e accademico, arricchito da recenti specializzazioni e da un ulteriore percorso universitario in fase di completamento. Cura gli editoriali post-partita con uno stile che unisce analisi tecnica, approfondimento e autentica passione per la Reggina. Il suo approccio editoriale, influenzato dall’essenzialità e dal pragmatismo del giornalismo britannico, riflette una visione poliedrica e multidisciplinare offrendo una firma autorevole, riconoscibile e dal respiro internazionale.

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