Condividi l'articolo

Nel silenzio di Capaci cade l’inviolabilità amaranto: il Trapani vince a scacchi, la Reggina si interroga

Il calcio senza il respiro del pubblico perde gran parte della sua anima. Le porte chiuse dello Stadio Antonino Cardinale di Capaci hanno restituito un clima surreale, quasi metafisico, per un match che nascondeva insidie tutt’altro che banali. La Reggina si presenta in terra siciliana sull’onda lunga dell’entusiasmo, spinta da un ruolino di marcia immacolato e da una difesa fin qui imperforabile. Di contro, ad attendere gli amaranto c’è un Trapani fanalino di coda, ultimo in classifica ma disperatamente affamato di punti sopravvivenza. Un testacoda che, sulla carta, potrebbe sembrare un copione abbordabile per gli uomini di Marchionni, chiamati a confermare la propria solidità in un ambiente ovattato, dove l’assenza del tifo costringe i giocatori a cercare la bussola emotiva e le motivazioni esclusivamente dentro se stessi.

Le formazioni in campo: Marchionni conferma il 3-5-2 Per scardinare la retroguardia siciliana, mister Marchionni si affida al consueto e rodato 3-5-2. Tra i pali l’inviolato Lagonigro; pacchetto arretrato composto da Baldan, Lancini e Fazio. A centrocampo, le chiavi della manovra sono affidate al metronomo Acquadro, affiancato da Abonckelet e Rossetti, mentre sulle corsie esterne agiscono Baggi e Toscano. In avanti, il tandem offensivo vede Guida a supporto della punta di peso Magrassi. Sulla sponda opposta, mister Misiti risponde con un 4-2-3-1 abbottonato ma pronto a pungere: Simoni in porta; Corallini, Velasquez, Demoleon e Frasson in difesa; diga di centrocampo formata da Teijo e Dampha, con Leveque, Randazzo e Sasanelli sulla trequarti a innescare l’unica punta Lamine Jallow.

La cronaca del match: tensioni e un lampo nel buio Il fischio d’inizio proietta subito le squadre in una dimensione contratta, complice l’assenza di rumore dagli spalti che amplifica le voci dal campo. Il Trapani sceglie scientemente di giocare di rimessa, affidandosi a tackle ruvidi e interventi decisi per spezzettare il ritmo amaranto. La tensione agonistica sfocia al 14′, quando il direttore generale granata Graziano Strano inveisce contro la panchina ospite, trovando la fiera risposta di Porcino e rimediando un’ammonizione dal direttore di gara. L’occasione più limpida del primo tempo è però di marca locale: Leveque si accentra e lascia partire una conclusione destinata all’incrocio, ma Lagonigro compie un intervento prodigioso, togliendo letteralmente la palla dal sette e deviandola sulla traversa. Nella ripresa, la Reggina si riversa in avanti alla ricerca del vantaggio, mentre il Trapani si rintana pronto a mordere in contropiede. Al 65′ Marchionni richiama Magrassi e Abonckelet per inserire Alma e Rotulo, ma è una clamorosa disattenzione a decidere il match all’83’: da un banale rinvio lungo dal fondo, Lamine Jallow approfitta di una lettura errata della difesa amaranto, raccoglie l’assist di Napolitano e trafigge Lagonigro. Il forcing finale degli ospiti è generoso ma confuso, e il triplice fischio sancisce l’1-0 per i padroni di casa.

La scacchiera tattica: la gabbia di Misiti e le difficoltà di costruzione, analizzando a fondo la prestazione, la sconfitta è figlia di un’ottima preparazione della gara da parte del Trapani, che ha saputo disinnescare con intelligenza i punti di forza della compagine dello Stretto. Mister Misiti ha costruito una vera e propria gabbia attorno alle fonti di gioco della Reggina. Il filtro in mediana operato da Dampha e Teijo è stato monumentale: i due centrocampisti granata hanno tallonato Acquadro a tutto campo, schermando le linee di passaggio e privando la squadra di Marchionni del suo naturale catalizzatore. Con il playmaker oscurato, la palla ha iniziato a viaggiare lentamente per vie orizzontali, facilitando le scalate difensive avversarie. A peggiorare lo scaglionamento offensivo amaranto è stata l’interpretazione del ruolo da parte di Guida. L’attaccante ha palesato una costante tendenza ad abbassarsi eccessivamente per cercare di ripulire palloni giocabili, svuotando di fatto la trequarti e lasciando il solo Magrassi drammaticamente isolato contro la morsa dei fisici centrali Demoleon e Frasson. Dal punto di vista atletico, il Trapani ha gestito lo sforzo in modo camaleontico: dopo una prima frazione in cui la squadra ha quasi over performato dal punto di vista fisico, l’inizio della seconda frazione è apparsa sulle gambe, quasi a voler assorbire l’urto per rifiatare, i siciliani hanno progressivamente alzato l’intensità dei contrasti, sfruttando una notevole esplosività nei duelli rusticani. La compagine dello stretto invece ha evidenziato un’ottima capacità aerobica, avendo ancora energie al 95 esimo per cercare il pari. Sotto il profilo delle letture in corso d’opera, l’uscita anticipata di Magrassi a metà della ripresa ha sollevato qualche perplessità: la sostituzione ha privato la Reggina dell’unica boa centrale capace di far salire la squadra e di dominare le palle aeree, in un momento in cui la densità del Trapani rendeva precluso lo sviluppo palla a terra. Senza il proprio riferimento, il forcing finale si è tradotto in una pressione sterile. Al netto della grave disattenzione sul gol che è costata l’imbattibilità, questa battuta d’arresto evidenzia una lacuna da colmare: contro avversari che rinunciano al palleggio per ostruire e interdire, la Reggina deve trovare soluzioni alternative e maggiore ampiezza per non restare imbrigliata nella tela avversaria.

Oltre il fango e la lavagna tattica: il risveglio amaro Non c’è sconfitta che non lasci scorie, specialmente quando matura nel silenzio innaturale di uno stadio vuoto, dove i propri errori rimbombano nell’aria come sentenze. La Reggina fa ritorno dalla Sicilia con l’orgoglio ferito e la consapevolezza che, in un campionato così logorante e infido, le distrazioni si pagano a carissimo prezzo. Ascoltando il fruscio amaro di questa prima caduta stagionale, tornano alla mente i versi disillusi del cantautore Francesco Guccini, quando nella sua Canzone di Notte N.2 sussurrava: “E tu ti accorgi, in un momento, che l’illusione è un vento, che non ti lascia niente”. L’illusione dell’invincibilità e di una porta perennemente immacolata è svanita. Ma il calcio, come la vita, non finisce al triplice fischio di una domenica storta. Questa sconfitta non deve essere vissuta come un dramma, ma come uno specchio in cui guardare i propri difetti per limarli. È una chiamata alle armi per il cuore amaranto, che ora dovrà dimostrare di saper incassare e reagire, già dalla prossima giornata, trasformando l’amarezza in feroce determinazione. Perché le cadute non definiscono il valore di una squadra, ma lo forgiano. Come ricorda mirabilmente il filosofo Seneca nei suoi scritti sulle umane tempeste: “Ignis aurum probat, miseria fortes viros” (Il fuoco mette alla prova l’oro, le avversità gli uomini forti).

Che questa caduta, dunque, non sia un epilogo, ma l’avversità necessaria per risvegliare il vero valore della Reggina.

Dottore in Scienze delle Attività Motorie con oltre dieci anni di esperienza nel settore sportivo, affianca al rigore metodologico un costante percorso di aggiornamento professionale e accademico, arricchito da recenti specializzazioni e da un ulteriore percorso universitario in fase di completamento. Cura gli editoriali post-partita con uno stile che unisce analisi tecnica, approfondimento e autentica passione per la Reggina. Il suo approccio editoriale, influenzato dall’essenzialità e dal pragmatismo del giornalismo britannico, riflette una visione poliedrica e multidisciplinare offrendo una firma autorevole, riconoscibile e dal respiro internazionale.