Vigor Lamezia 2-0 Reggina, il commento del match

Vigor Lamezia 2-0 reggina

La Reggina si presenta a Lamezia con negli occhi ancora il riflesso amaro del pareggio nel Derby dello Stretto. Una ferita non rimarginata, un’occasione smarrita tra le mura amiche. Eppure, la piazza risponde presente: il popolo amaranto riempie ogni seggiolino del settore ospiti dello stadio “Guido D’Ippolito” di Lamezia Terme, e non solo. Sciarpe al vento, cuori in tumulto, orgoglio che non conosce resa.

La compagine dello Stretto si dispone con il consueto 4-2-3-1: Lagonigro tra i pali; Lanzillotta, R. Girasole, D. Girasole e Porcino a comporre la linea difensiva; Salandria e Fofana a presidiare la mediana; Palumbo, Mungo e Di Grazia sulla trequarti, a sostegno dell’unica punta Ferraro.
I padroni di casa replicano con un 4-3-3 che tradisce ambizione e coraggio, forti anche delle parole del presidente che, in settimana, ha infiammato l’ambiente: Iannì in porta; D’Anna, Del Pin, Sanzone e Montebugnoli in difesa; Andreassi, Maimone e Marigosu a centrocampo; Ordonez, Cosendey e Catalano a comporre il tridente offensivo.

La Reggina approccia la gara con piglio determinato. All’8’, punizione di Di Grazia: la barriera respinge, l’estremo difensore locale neutralizza senza affanni. Al 16’, però, giunge la prima tegola: Di Grazia alza bandiera bianca, costretto a lasciare il campo per Sartore. Un presagio funesto. Un minuto più tardi, l’occasione più limpida: Palumbo lascia partire un destro che si stampa sulla traversa. Il boato resta sospeso, spezzato dal legno.

Da quel momento la gara si frammenta, perde fluidità. Gli amaranto smarriscono brillantezza e ardore; quella verve che aveva fatto innamorare la piazza pare dissolversi. La Vigor prende campo e fiducia, mentre la Reggina si scioglie come neve esposta a un sole impietoso. Nei minuti di recupero della prima frazione, Cosendey trafigge la retroguardia ospite: è il vantaggio dei padroni di casa. Gli amaranto barcollano. Riemergono fragilità già intraviste nelle ultime uscite. Si rientra negli spogliatoi.

La ripresa si apre con un episodio che potrebbe mutare il destino del match: dopo appena un minuto, Marigosu viene espulso per doppia ammonizione. Vigor in dieci uomini. Un segnale? Forse. Ma al 52’ è ancora Cosendey a rendersi pericoloso, sfiorando il raddoppio nonostante l’inferiorità numerica. Al 57’, su calcio piazzato, lo stesso Cosendey firma il 2-0. È una doccia gelida per la Reggina.

Torrisi prova a scuotere i suoi: fuori Palumbo e Fofana, dentro Bevilacqua e Ragusa. Poco dopo, Guida rileva Mungo. Ma la gara appare ormai incanalata sui binari della squadra di casa. Il tempo scorre inesorabile, come sabbia tra le dita. All’80’ Distratto subentra a Lanzillotta. Nonostante i cinque minuti di recupero, la Reggina non riesce a mordere, né a reagire. Si arrende a una Vigor Lamezia meritevole, cinica, lucida.

Troppi interrogativi aleggiavano sull’ambiente già da cinque giornate, e questa sconfitta — netta, dolorosa — li rende certezze scomode. Quanto denunciato nelle scorse settimane si manifesta ora con crudezza quasi violenta, sbattendo in volto al popolo amaranto una verità difficile da accettare. Non serve indugiare nella reiterazione delle perplessità: è tempo di raccogliere i cocci e ricompattarsi. Società e guida tecnica sono chiamate a decisioni ponderate ma rapide, per riorientare la bussola e non consentire alle pretendenti di prendere il largo.

Non c’è spazio per l’autocommiserazione. C’è bisogno di unità, di fede, di resistenza. Oggi, più che mai, il rischio di un quarto anno consecutivo tra i dilettanti incombe come uno spettro che nessuno vuole nominare, ma che tutti avvertono.

E allora bisogna restare. Restare quando è facile andare via. Restare quando il vento è contrario e la rotta sembra smarrita. Restare con le mani gelate e la voce rotta, a cantare per novanta minuti anche quando il cuore pesa più delle gambe dei calciatori. Perché l’amore non è un contratto a rendimento: è una promessa che si rinnova nella tempesta.

C’è una nobiltà silenziosa in chi continua a crederci, in chi non spegne la passione davanti alle sconfitte, in chi sceglie di soffrire piuttosto che tradire. La Reggina vive nei battiti accelerati di un bambino sugli spalti, negli occhi lucidi di un padre che racconta le imprese di un tempo, nelle mani callose di chi ha lavorato tutta la settimana per potersi permettere novanta minuti di sogno.

E se il destino sembra avverso, se la strada si fa impervia, è proprio lì che si misura la grandezza di un popolo. Non nei trionfi scontati, ma nella dignità con cui si attraversano le cadute. Perché cadere non è vergogna; vergogna è non avere il coraggio di rialzarsi.

La superficialità costruisce applausi effimeri,

la mediocrità cerca scuse e alibi.

Ma chi dà tutto, senza se e senza ma,

lascia impronte che il tempo non cancella.

Cerca nel sito