La settimana che precede il Derby dello Stretto non è mai una settimana qualunque. È un tempo sospeso, carico di fremiti e attese, in cui le emozioni sovrastano la ragione e ogni parola pesa come un macigno. La squadra amaranto ha preparato la gara con meticolosa dedizione, quasi fosse un rito antico, mentre le aspettative del pubblico hanno toccato vertici vertiginosi.
La conferenza pre-match ha ulteriormente infiammato gli animi, talvolta sconfinando in esternazioni ambigue: il riferimento ai festeggiamenti dell’andata, con bottiglie di prosecco stappate dai giocatori del Messina, è parso a molti un tentativo di pungolare l’orgoglio amaranto. Dichiarazioni evitabili e che destano più di qualche perplessità, oltre ad avere contribuito ad accrescere la tensione già palpabile.
Le convocazioni, poi, hanno suscitato non poche perplessità: fuori Barillà e Porcino, assenze che pesano come macigni. Per il primo si parla di un risentimento fisico; per il secondo, bandiera iconica, la mancata chiamata lascia sgomenti. È ancora viva negli occhi dei tifosi quella capriola sotto la Curva Sud nel 2016, simbolo di appartenenza e passione. Se vi siano stati problemi fisici non è dato sapere; resta, tuttavia, più di un interrogativo e un retrogusto amaro.
La trasferta per i sostenitori del Messina viene vietata, ma il Granillo si presenta ugualmente gremito: Curva Sud e Tribuna sold out, 7100 spettatori totali. Reggio sogna, Reggio attende, Reggio chiede una vittoria che valga più dei tre punti: chiede orgoglio.
Mister Alfio Torrisi conferma il suo credo calcistico, optando per il consueto 4-2-3-1, seppur con interpreti differenti: Lagonigro tra i pali; Giuliodori, Adejo, D. Girasole e Distratto in difesa; Macrì e Fofana in mediana; Ragusa, Mungo e Di Grazia sulla trequarti, alle spalle dell’unica punta Ferraro.
La compagine siciliana, fresca di cambio in panchina, risponde con un 3-5-2 accorto e speculare: Giardino in porta; De Caro, Trasciani e Bosia a presidiare la linea difensiva; Orlando, Garufi, Aprile, Saverino e Oliviero a centrocampo; Tedesco e Tourè a guidare l’attacco.
Il match si apre con una fase di studio, poi è la Reggina a rendersi pericolosa: Di Grazia, su calcio piazzato, colpisce la traversa, facendo vibrare lo stadio. Al 9’, Giuliodori tenta la conclusione, ma Giardino risponde presente. La gara, tuttavia, si spezzetta, il gioco effettivo latita. Al 30’ ancora Di Grazia, su punizione, sfiora il bersaglio.
Al 40’, su calcio d’angolo per gli ospiti, riemergono le fragilità amaranto: un errore vistoso di Adejo spalanca la porta a Tedesco, che non perdona. Messina incredibilmente avanti al Granillo. Nel recupero accade di tutto: Di Grazia chiama ancora Giardino a una parata prodigiosa e, poco dopo, a porta sguarnita, manda alto sopra la traversa. Si chiude così una prima frazione amara, con gli ospiti in vantaggio.
La ripresa si apre con un Messina arrembante: Tourè sfrutta un’incertezza di Giuliodori, ma Lagonigro salva i suoi. Torrisi corre ai ripari: al 55’ fuori Mungo, dentro Edera. Otto minuti più tardi, Guida e Sartore rilevano Ragusa e Di Grazia: Reggina a trazione anteriore.
Eppure il copione non muta: gioco frammentato, manovra confusa. Al 75’ Oliviero prova da lontano, Lagonigro è attento. Un minuto dopo, piove sul bagnato: Edera si infortuna ed è costretto a uscire, spazio al giovane Palumbo.
La pressione si fa asfissiante, il tempo scorre inesorabile. Ma quando tutto sembra perduto, all’88’, Sartore pennella un cross in area: Palumbo, di testa, spinge in rete. Pareggio in zona Cesarini, esplode il Granillo.
Sei minuti di recupero, assalto finale amaranto. Ancora Palumbo, all’ultimo respiro, ma Giardino si supera. È l’ultima emozione del Derby dello Stretto.
Resta una prova opaca. Da quattro gare qualcosa sembra incrinato; le prestazioni brillanti paiono un ricordo sbiadito. Eppure i numeri dicono otto punti in quattro partite. Ma in quarta serie, per una piazza come Reggio Calabria, al terzo anno consecutivo tra i dilettanti, non può bastare.
La domanda aleggia insistente: come si riaccende la scintilla? Come si restituisce alla città la fede incrollabile, se nei grandi appuntamenti manca il colpo decisivo? La promozione è lì, a una manciata di punti; ma senza un’inversione di rotta sul piano del gioco, l’obiettivo rischia di restare un miraggio.
Vorremmo narrare di una Reggina audace e scintillante, capace di incantare ogni stadio d’Italia. Oggi, invece, appare macchinosa, fragile, talvolta timorosa. Resta la speranza che questo sia soltanto un fisiologico crepuscolo prima di un’alba radiosa.
Eppure, al di là dei moduli, delle sostituzioni e degli errori, resta ciò che non si può misurare: l’amore. Resta quella Curva che canta anche quando la voce si spezza, restano gli occhi lucidi di chi ha visto categorie più nobili e non ha mai smesso di crederci. Resta una città intera che, ferita ma fiera, continua a stringersi attorno ai propri colori come a un destino scritto nel sangue.
Perché la Reggina non è soltanto una squadra: è memoria, è appartenenza, è l’abbraccio di padri e figli sugli spalti. È la promessa sussurrata dopo ogni delusione: “La prossima volta sarà diversa”. È il battito che accelera al fischio d’inizio e non smette mai davvero di pulsare.
E allora forse il calcio è proprio questo: cadere e rialzarsi, smarrirsi e ritrovarsi, soffrire oggi per poter gioire domani. E quando finalmente sorgerà quell’aurora tanto attesa, sarà più luminosa di qualsiasi vittoria, perché nata dalle ceneri della fatica, della pazienza e dell’amore incrollabile di un popolo.
“Bidea ez da amaitzen helmugan; bidea gara gu.”
La strada non finisce al traguardo; la strada siamo noi.
Joseba Sarrionandia




