Quella che ci apprestiamo a raccontare è, con ogni probabilità, una delle notti più oscure – se non la più buia – degli ultimi trent’anni di storia calcistica a Reggio Calabria.
In campo, la Reggina di mister Trocini si schiera con un 4-3-3 che sa di turnover: Lagonigro tra i pali; Palumbo, Blondett, D. Girasole e Gatto in difesa; Mungo, Laaribi e Porcino a comporre la mediana; Edera, Montalto e Di Grazia formano il tridente offensivo. La Gelbison risponde con un 3-5-1-1: Corriere tra i pali; Donida, Gorzelewski e Viscomi in difesa; Pellino, Teijo, Mele, Diabaté e Zugaro sugli esterni e in mediana; Russo alle spalle dell’unica punta, Piccioni.
La Reggina parte con piglio deciso, provando a costruire occasioni da rete, mentre la Gelbison si affida a ripartenze rapide, tentando di eludere il pressing dei padroni di casa con lanci lunghi e profondi. Al ventesimo minuto, una manovra discretamente orchestrata dagli ospiti costringe gli amaranto a concedere un calcio d’angolo. Dal corner scaturisce un cross sul quale Blondett, inspiegabilmente, perde la marcatura di Viscomi: il difensore avversario, tutto solo, insacca al volo. Gelbison in vantaggio al “Granillo”.
La reazione dei padroni di casa è immediata. Pochi minuti dopo, un cross basso di Palumbo trova il velo intelligente di Adriano Montalto; la palla giunge a Mungo che viene vistosamente spinto da un avversario: calcio di rigore per la Reggina. Sul dischetto si presenta Edera che, al momento dell’esecuzione, sembra scivolare: il corpo si sbilancia all’indietro e il pallone vola direttamente verso la Curva Sud. Il risultato resta dunque inchiodato sullo 0-1.
Lo sbaglio pesa come un macigno sull’animo della squadra, che accusa il colpo. Al 36’, da un calcio di punizione battuto dalla distanza (quasi 50 metri), nasce il raddoppio ospite: sul cross a campanile, Viscomi fa da torre per Piccioni che insacca da pochi passi. È 0-2. La Reggina, a quel punto, appare totalmente in balia degli avversari.
È proprio da questo momento che ha inizio una contestazione feroce. La Curva Sud esplode in cori e proteste. Nell’aria del “Granillo” aleggia uno sconforto profondo, una delusione che si fa quasi palpabile. Il primo tempo si chiude tra fischi assordanti.
Alla ripresa delle ostilità, la Reggina tenta una reazione d’orgoglio. Al 49’, un cross dalla trequarti di Edera mette in difficoltà l’estremo difensore ospite, Corriere, che sbaglia completamente l’uscita. Porcino fa da sponda per Mungo che, a porta vuota, accorcia le distanze: 1-2.
Passano appena sei minuti, e un cross sul secondo palo di Di Grazia – apparso fino a quel momento l’ombra sbiadita del giocatore ammirato ai tempi di Siracusa – trova perfettamente smarcato Edera, che di testa deposita in rete il pallone del 2-2. Il “Granillo” si riaccende.
Nel frattempo, sugli spalti accade qualcosa di incredibile: un combattimento tra guelfi e ghibellini. Dalla tribuna si levano fischi e battibecchi con gli ultras della curva. Una frattura evidente tra le anime dello stadio, uno spettacolo rarissimo per una piazza passionale ma solitamente unita come quella reggina.
Da quel momento, però, la Gelbison sceglie la via dell’addormentamento del gioco, approfittando di una Reggina ancora visibilmente lontana dalla condizione ideale. Il clima resta teso, e la squadra amaranto – pur vantando uomini con curriculum importanti, ricchi di presenze in Serie A e B – non riesce a reagire alle pressioni ambientali.
Trocini prova a cambiare volto alla gara: dentro Barillà e Ragusa al posto di Porcino e dello spento Di Grazia. L’idea è quella di invertire le corsie esterne, ma l’esperimento si rivela sterile. Al 74’, altri cambi: fuori Gatto ed Edera, dentro Distratto e Grillo. I ritmi restano blandi, la partita ormai è sopita. Al 76’, Montalto lascia il posto a Ferraro. Nulla da fare: la Reggina pare spenta, incapace di completare una rimonta che pure aveva acceso una flebile speranza.
Al novantesimo, da una semplice rimessa laterale, nasce il colpo del definitivo ko: Papaserio, lasciato colpevolmente solo, colpisce a botta sicura e firma il 2-3. Il “Granillo” esplode, ma non di gioia: curva e tribuna tornano a beccarsi, gli animi si infiammano e al 92’ Ferraro si fa espellere per un gesto ingenuo, figlio più del nervosismo che della cattiveria.
Finisce così, in un clima surreale, una partita che ha dell’incredibile. La delusione è tangibile, scolpita sui volti dei tifosi, dei giocatori, dell’intero ambiente.
Tanti, troppi interrogativi restano sospesi. Dopo tre anni trascorsi tra i dilettanti, ci si chiede come sia possibile che la situazione tecnica e atletica appaia ancora tanto confusa. La squadra sembra ben lontana da una forma accettabile, nonostante l’autunno sia ormai alle porte. Il mercato ha deluso, soprattutto nella ricerca degli under, e da una società come la Reggina – pur ancora relegata nei campionati dilettantistici – ci si attenderebbe ben altra programmazione, ben altra professionalità.
Mister Trocini appare smarrito, mentre il silenzio stampa imposto dalla società è l’ulteriore spia di una situazione intricata, difficile da interpretare. Forse, sarebbe più semplice decifrare il manoscritto di Voynich che comprendere i reali problemi che affliggono la squadra dello Stretto.
Eppure, come spesso accade nella storia di questo club, la speranza continua a germogliare ostinata. Si auspica un’immediata inversione di rotta, che riporti la Reggina a lottare per la tanto agognata Serie C. Il sostegno del pubblico, diviso oggi più che mai, potrebbe rivelarsi decisivo, ma servono risposte. Immediate, concrete.
Ulteriori passi falsi potrebbero risultare fatali ai fini della stagione.
Che la Reggina possa rialzarsi e tornare a splendere, come già ha saputo fare in passato. Perché, come scrisse Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi:
“Finché c’è fiato, c’è speranza.”
(I Promessi Sposi, cap. XXXVI)




