Reggina 1-0 Gela, il commento del match

Photo credit: Valentina Giannettoni
Photo credit: Valentina Giannettoni

La Reggina torna al Granillo dopo il prezioso 0-1 conquistato a Enna. È stata una settimana frenetica, segnata da volti nuovi e valigie pronte, un via vai continuo che racconta la complessità di un gruppo ancora alla ricerca della propria identità. Il Gela, forte del successo sul Nissa, arriva con l’intenzione di dare continuità al suo buon momento. Per la Reggina, invece, questa è una delle ultime chiamate per restare aggrappata al sogno Serie C.

Come ormai accade da diverse domeniche, mister Torrisi sorprende ancora: qualche nome inedito, una scelta audace, ma il credo resta immutato — 4-2-3-1, senza esitazioni. Lagonigro torna tra i pali, mentre la linea difensiva è composta da Lanzillotta, Adejo, R. Girasole e Porcino. In mezzo al campo c’è la prima grande novità: il classe 2008 Macrì, affiancato da Salandria. Poi Ragusa, Barillà e Di Grazia a supporto di Edera, terminale offensivo.

Il Gela risponde con lo stesso modulo: Minuss in porta; Argentati, Giuliano, Sbuttoni e Marino in difesa; Cangemi e Giacomarro a presidiare la mediana; Gigante, Maltese e Aperi alle spalle dell’unica punta, Gerry Mbakogu — nome che accende ricordi dolcissimi per chi non ha dimenticato la stagione del Carpi in Serie A.

La gara si apre con una Reggina affamata: nei primi minuti gli amaranto sembrano volare, dando l’impressione di avere una marcia in più. Porcino spinge con continuità, sembra essere tornato quello del primo anno a Livorno, mentre Edera illumina con giocate di classe in una partita che, col senno di poi, avrà pochissimo di calcistico. Il vantaggio arriva al 10’: punizione defilata, Di Grazia disegna una parabola dal sapore antico e Minuss può solo guardare. È 1-0.

Da quel momento, però, il match cambia volto. Il calcio lascia spazio al corpo a corpo: spintoni, proteste, falli a ripetizione, cartellini gialli che volano come fiocchi in una sera d’inverno. Al 33’ viene espulso un dirigente del Gela, mentre l’atmosfera si surriscalda. A farne le spese è Porcino, costretto al cambio per infortunio. Entra Distratto e, dopo nemmeno mezzo minuto, si unisce alla battaglia rimediando un’ammonizione evitabile. Il primo tempo finisce tra cinque minuti di recupero e pochissimo gioco reale: sembra quasi di assistere a uno show di wrestling.

La ripresa ripropone lo stesso copione. Qualche lampo amaranto, qualche sprazzo di qualità, ma è la rissa che continua a dominare la scena. Il gioco si spezza di continuo tra sostituzioni, sanitari in campo e proteste accese. La Reggina prova a controllare un Gela lungo, sfilacciato, con Mbakogu troppo solo lì davanti. I nuovi innesti si fanno rispettare fisicamente, Bevilacqua rimedia puntuale anche il suo giallo, e nei minuti finali anche mister Torrisi finisce sul taccuino dell’arbitro.

L’ultimo sussulto è una mischia disperata del Gela che non produce nulla. Al triplice fischio arriva una vittoria sporca, ma pesante: se si cercava una risposta psicologica, la Reggina l’ha data. Il gioco è ancora nebuloso, a tratti indecifrabile, ma la pressione offensiva e l’atteggiamento mostrano segnali incoraggianti. Sei punti in due partite sono una boccata d’aria pura: la salita resta ripida, ma almeno ora sembra esserci il passo giusto per affrontarla.

E allora il Granillo, stasera, sembra respirare un po’ più forte. Come se ogni seggiolino, ogni bandiera, ogni gradone avesse atteso proprio questo momento per lasciarsi andare a un sospiro di sollievo. La Reggina non incanta, non danza ancora come vorrebbe, ma pulsa: pulsa di un’energia nuova, fragile e luminosa, proprio come certe canzoni che partono lente e poi ti avvolgono senza che tu te ne accorga. C’è un filo sottile che unisce questa squadra ai suoi tifosi: un filo fatto di ferite, speranze e ritorni. E mentre la notte scende morbida sulla città dello Stretto, sembra di sentire un’eco dolce, quasi un invito: “Resisti. Ancora un passo.” Perché a volte, nel calcio come nella vita, basta una scintilla per riaccendere tutto. E questa scintilla, oggi, gli amaranto l’hanno accesa davvero.

«Non sempre possiamo scegliere il vento, ma possiamo imparare l’arte di tendere le vele.»

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