Reggina 0-1 Acireale, il commento del match

Reggina 0-1 Acireale
Foto: Valentina Giannettoni

Dopo il rinvio della trasferta contro l’Igea Virtus a Barcellona, causato dal maltempo, e alla luce dei risultati emersi nella scorsa giornata, la Reggina si appresta ad accogliere l’Acireale in una sfida dal sapore decisivo. Una sconfitta per la compagine calabrese risulterebbe nefasta, annullando ogni residua velleità di promozione in Serie C. L’Acireale, dal canto suo, è alla ricerca di punti preziosi in chiave salvezza; sulla panchina dei siciliani siede una bandiera amaranto: Francesco Cozza.

Superfluo ricordare le quaranta marcature del capitano in maglia amaranto, ognuna scolpita nel cuore dei reggini: la bordata a Brescia nella stagione 1999/2000, il gol nello spareggio salvezza contro l’Atalanta a Bergamo, a riequilibrare i conti dopo la rete di Cesare Natali. Ricordi che velano di commozione lo sguardo di ogni sostenitore amaranto.

La Reggina si schiera con il consueto 4-2-3-1: Lagonigro tra i pali; Giuliodori, Desiato, D. Girasole e Verduci a comporre la linea difensiva; Laaribi e Macrì in mediana; Edera, Bevilacqua e Ragusa sulla trequarti, a supporto dell’unica punta Guida.
Il tecnico Francesco Cozza opta per un 4-3-3: Negri in porta; Gagliardi, Cozza, Semenzin e Tourè in difesa; Nardo, Gallo e Rechichi a centrocampo; Samb, Daqoune e Hebeck a completare il tridente offensivo.

L’avvio è arrembante per la formazione calabrese, che tenta sin da subito di imprimere il proprio ritmo alla gara. Al 15’, Edera prova la conclusione da posizione defilata, ma senza esito. Non pago, ci riprova pochi minuti dopo: ancora nulla di fatto. L’Acireale, dal canto suo, gestisce con ordine, spezzando il gioco e abbassando i ritmi.
Al 29’ è Ragusa a tentare la sortita dalla distanza, ma con lo stesso esito dei precedenti tentativi. Al 35’ arriva il capovolgimento di fronte: Semenzin esplode il destro, ma Lagonigro è attento e devia in calcio d’angolo. L’ultima emozione della prima frazione è affidata a un calcio di punizione di Laaribi, neutralizzato da Negri. Si va al riposo con una Reggina opaca, ben lontana dalle aspettative.

La ripresa si apre con un sussulto di Macrì: azione convulsa, prima conclusione respinta da Negri, che si supera poi sulla ribattuta. Al 56’ Torrisi corre ai ripari: fuori Guida e Bevilacqua, autori di prove incolori, dentro Ferraro e Di Grazia.
La mossa, tuttavia, non produce gli effetti sperati. Al 68’ è il turno di Giuliodori, sostituito da Palumbo. La Reggina appare smarrita, quasi intorpidita, e con il trascorrere dei minuti cresce l’ansia, che si fa opprimente. All’80’ entra Fofana per Laaribi; all’83’ Mungo rileva Edera, ma il copione resta invariato.

Il pubblico trattiene il respiro, sospeso tra speranza e timore. L’incubo di aver smarrito un’altra occasione prende forma. E quando tutto sembra ormai sfumare, giunge anche la beffa: al 91’, Kean infrange ogni residua illusione amaranto, siglando lo 0-1 per l’Acireale.

I minuti finali scorrono come un epilogo cinematografico degno di Manchester by the Sea, di Kenneth Lonergan: un dolore silenzioso, profondo, ineluttabile. Pare quasi di udire il suono dei sogni che si infrangono, uno dopo l’altro, nel cuore dei tifosi reggini, condannati all’ennesima stagione tra i dilettanti.

Chi scrive si sforza di mantenere l’oggettività della cronaca, pur consapevole che il tempo delle recriminazioni è ormai trascorso. Non giova più indugiare sugli errori — una rosa spropositata a livello numerico, scelte discutibili — già ampiamente analizzati e rivelatisi, alla prova dei fatti, deleteri. È tempo, piuttosto, di volgere lo sguardo oltre.

Perché ciò che resta, quando tutto sembra crollare, non è la classifica, non è il risultato, non è neppure questa sconfitta che brucia come sale su una ferita ancora aperta. Ciò che resta è un’appartenenza viscerale, irriducibile, che nessuna categoria potrà mai contenere o sminuire.

E allora si torna con la memoria là dove tutto aveva un senso diverso, più puro. Ritornano alla mente quelle domeniche in cui bastava uno stadio, una sciarpa amaranto e un sogno condiviso. Affiorano i volti, gli eroi che hanno fatto battere il cuore di un’intera città: Poli, Cirillo, Vargas, Possanzini, Franceschini, Modesto, Mozart, Paredes, Tedesco, Belardi, Cozza, Amoruso, Bonazzoli, Di Michele… nomi che non sono soltanto calciatori, ma frammenti di vita, ricordi indelebili, battiti di un cuore collettivo che non ha mai smesso di pulsare.

E si comprende, con dolorosa lucidità, che ciò che oggi manca non è soltanto una vittoria, ma un orizzonte.

Eppure, anche nelle notti più lunghe, esiste sempre un punto in cui il buio comincia a cedere. Un istante fragile, impercettibile, in cui qualcosa cambia. L’attesa di quell’istante è tutto ciò che resta. L’attesa di rivedere quell’alba, magari lontana, magari inattesa, ma inevitabile.

L’attesa che anche a Camden Town — simbolo di sogni lontani e di rinascite improbabili — possa levarsi un’alba nuova, più limpida, più vera, capace di restituire dignità e orgoglio a chi non ha mai smesso di credere.

Come nelle imprese di Robert Thornton, quando ogni rotta sembrava perduta e ogni approdo irraggiungibile, eppure il viaggio continuava, ostinato, contro ogni logica e ogni previsione. Non per certezza di riuscita, ma per necessità di esistere. Arrendersi avrebbe significato smettere di essere.

E forse è proprio questo il senso più profondo di tutto: continuare a crederci, anche quando non ci sono più motivi evidenti per farlo. Restare, anche quando sarebbe più facile andare via. Amare, anche quando amare significa soffrire.

Del resto, questa non è soltanto una squadra. È memoria, identità, appartenenza. È un filo invisibile che lega generazioni diverse sotto gli stessi colori, sotto lo stesso cielo, sotto lo stesso battito.

E allora, anche oggi, anche dopo l’ennesima caduta, resta una verità semplice e disarmante: siamo feriti, sì, ma non finiti.

Iam victi vicimus.

Abbiamo perso, eppure, in qualche modo, continuiamo a vincere.

Ai posteri l’ardua sentenza.

“Non esiste ultima rivoluzione: le rivoluzioni sono infinite.” — Noi, E. I. Zamjatin.

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