
Dopo circa nove anni, torna il Derby dello Stretto: una sfida che ogni tifoso amaranto o giallorosso riconosce senza esitazioni come la partita più sentita, più importante, più attesa. Un incrocio che va oltre la classifica, oltre il momento.
La compagine calabrese arriva alla stracittadina dopo due vittorie consecutive, contro Ragusa e Sambiase. Trocini sceglie un undici titolare che lascia quantomeno perplessi. Il modulo resta invariato: il consueto 4-3-3. In campo: Lagonigro tra i pali; Gatto, Blondett, D. Girasole e Fomete in difesa; Correnti, Mungo e Porcino in mediana; Grillo, Ferraro e Di Grazia nel tridente d’attacco.
Il Messina risponde con un solido 3-5-2: Sorrentino in porta; De Carlo, Trasciani e Clemente a comporre il terzetto difensivo; Maisano, Garufi, Tesija, Aprile e Orlando in mezzo al campo; Roseti e Touré a guidare l’attacco.
La partita inizia in maniera equilibrata: la Reggina prova a impostare, mentre la compagine siciliana riparte con aggressività. Al 18’, sugli sviluppi di un corner, Roseti incorna di testa con precisione e porta in vantaggio il Messina.
Da lì in poi, la trama del match si fa monotona e si ripeterà fino al fischio finale: la Reggina mantiene una sterile supremazia territoriale, cercando di spingere principalmente dal lato di Di Grazia, che si limita a crossare palloni senza costrutto, mai raccolti da un Ferraro sistematicamente lasciato da solo in area, opposto all’intero pacchetto difensivo messinese.
La prima frazione si chiude con un bilancio deludente per gli amaranto: la squadra appare ancora appesantita, in affanno, e la manovra offensiva è caratterizzata da un tocco di troppo, da esitazioni sistematiche, da un’incapacità costante di creare superiorità numerica.
Il secondo tempo inizia sulla stessa falsariga del primo. La Reggina prova a tessere gioco, ma lo fa in modo lento, prevedibile, farraginoso. Al 55’, Edera subentra a Grillo, ma la sostanza non cambia. Il centrocampo non si inserisce, resta privo di idee e visibilmente in debito d’ossigeno. Le iniziative del solo Porcino non bastano a dare vivacità a una manovra che si sviluppa quasi esclusivamente in orizzontale, per poi concludersi con i soliti cross, sempre prevedibili, sempre inefficaci.
Al 61’, Barillà e Palumbo prendono il posto di Correnti e Fomete, ma anche in questo caso la musica resta invariata. Al 73’, un episodio che sintetizza la situazione in casa amaranto: Di Grazia è costretto a uscire per crampi, un evento quasi surreale quando si è sotto di un gol in un derby di tale importanza. Il subentrato Pellicanò non riesce a incidere. L’unica vera occasione arriva da un’azione confusa in area messinese, dove la Reggina riesce a colpire due volte la traversa, senza però riuscire a segnare.
Il Messina, ben messo in campo e sempre compatto, corre un solo vero pericolo in tutta la partita. La squadra siciliana gioca per lunghi tratti con tutti gli uomini dietro la linea del pallone, mostrando un’organizzazione e una disciplina tattica che agli amaranto sembrano mancare da tempo.
Il triplice fischio sancisce una sconfitta pesante, non solo per il risultato, ma per le domande che apre. In casa Reggina è difficile comprendere quale sia stata la reale preparazione alla gara. Lo studio del match, ammesso che sia stato effettuato, è apparso abbozzato, superficiale, privo di qualunque idea concreta in grado di incidere in una partita dal peso specifico enorme.
Torna a farsi sentire anche il dubbio sulla preparazione atletica, svolta a Luglio: eppure i segnali in campo sono tutt’altro che confortanti. Se si avessero a disposizione i dati dei GPS inseriti nei corpetti dei giocatori, il confronto con quelli dello scorso anno lascerebbe presumibilmente emergere delle amare sorprese.
Tutto ciò è motivo di profonda amarezza. Perché questa doveva essere la stagione della svolta, e invece si sta trasformando nell’ennesima, deludente parentesi nel calcio dilettantistico, il terzo anno di fila.
A margine della gara, si è finalmente interrotto il lungo silenzio stampa. Ma la conferenza del Patron, tanto attesa quanto vuota, è stata sterile, se non per l’inattesa – e forse provocatoria – dichiarazione circa l’eventualità di rescindere i contratti ad alcuni calciatori. Un segnale confuso, che non chiarisce, non costruisce, non guida. Un gesto che somiglia più a una provocazione amara che a una soluzione reale.
Una Reggina che oggi appare allo sbando sotto ogni punto di vista, in un clima che rischia di diventare incandescente. La piazza è delusa, stanca, pronta a esplodere. E non avremmo mai voluto trovarci ancora una volta in questo scenario.
Dopo questa “pioggia infernale di periferia”, che metaforicamente ha lavato via certezze e speranze, non resta che aspettare. Un cambio di rotta, una scintilla. O almeno un segno.
“Nel tempo della disillusione, anche la dignità ha il suono di una vittoria.”
— Ernst Jünger




